
Nizza 13/03/1601 (dal diario di Piedelercio barbalunga)
Dopo un lungo viaggio nelle profondità della terra uscimmo fuori nel mezzo di un bosco.
Guardai il nano sorpreso, perché mi aspettavo di ritrovare la mia Napoli, ma mi resi conto di essere sotto un enorme edificio in pietra che troneggiava da una roccia elevatissima.
"Dove siamo finiti?", gli chiesi con preoccupazione.
"Siamo nella pianura Padana. Quella che vedi é l'abbazia Maledettina di fracciole. Maledetto era un predicatore che fondò quest'ordine 100 anni orsono, quando dopo anni di eremitaggio cominciò a prendere tra la gente dei villaggi dei seguaci.
Lo chiamavano Maledetto per il fatto che parlava pochissimo; ma agiva. Nel tempo i seguaci costruiono quest'abbazia che con le donazioni dei villaggi circostanti è diventata ricchissima."
Feci capire al nano che non mi era chiaro il perché della nostra presenza quì, e lui venne a sedersi accanto a me, su un enorme roccia al limitar del bosco.
"Vedi mio caro Piedelercio, si da il caso...che quest'ordine di frati è stato accusato di eresia qualche giorno fa da una bolla papale. La questione è delicata, perché i Maledettini non riconoscono il peccato nell'unione carnale; che sia tra uomo e donna, che tra uomo e uomo. E, cosa che ha fatto infuriare il pontefice, riconoscono la perfetta uguaglianza dinnanzi a Dio tra l'uomo e la donna. Noi siamo quì giunti prima della tempesta, che sò per certo che un armata di guerrieri, all'ordine del signore del luogo, verrà tra pochi giorni a distruggere il monastero, e bruciare sul rogo i monaci e le monache che ivi vivono tutti insieme. quello che mi preme è un "oggetto" che i locali credono una santa reliquia, ma che in realtà mi appartiene."
"e quale sarebbe quest'oggetto che ti appartiene?", gli dissi ormai roso dalla curiosità; lui mi guardò con una tristezza che gli velava gli occhi: "per farti capire dovrei raccontarti la mia storia...".
E seduti su quella roccia, mi raccontò per filo e per segno la sua triste storia, una vicenda che ha dell'incredibile, e se non fosse per tutto ciò che mi stava accadendo avrei preso per farneticazioni da folle.
Nacque il nanetto in un villaggio Africano, tra la Nubia e le immense distese della Savana. La sua tibù era famosa per l'eccezzionale altezza della sua gente; erano più alti e più neri di tutti gli altri popoli dell'Africa. La nascita di un bambino biondo fu presa come un segno di ammonimento degli dei al loro popolo, e il piccolo fu affidato alle cure dello stregone. Crescendo, il bambino aveva difficoltà nella crescita, e a quel punto gli anziani decisero che doveva essere bandito dal villaggio: gli diedero cibo per 5 giorni di viaggio e un otre d'acqua. Girò nella savana , fino a quando giunse tra i pigmei. L'arrivo di un nano biondo, fu registrato come un evento, e il nostro fu accolto come un emissario degli dei. apprese altre conoscenze occulte oltre a quelle già in sua conoscenza, e divenne col tempo un saggio tra i saggi. Ma un brutto giorno, si era nel 2262 a.c. circa, arrivò dall'Egitto una spedizione comandata da un nomarca di nome Herkhuf: per giorni gli egiziani si fermarono al villaggio, dove tra promesse di eterna amicizia e regali al capovillaggio comprarono l'amicizia del piccolo popolo. L'ultima notte però, durante un banchetto organizzato dagli esporatori venuti dal nord, entrarono nella sua tenda e lo rapirono: partirono quella notte stessa, mentre i Pigmei erano intontiti dal vino che non conoscevano. gli dissero che per ordine del giovanissimo Faraone Pepi 2°, dovevano portare nella capitale del regno un nano, che tanto il piccolo monarca desiderava vederne uno. Da saggio che era, si trasformò alla corte del Faraone in un giullare, chiamato ogni volta che il sovrano e la sua corte volevano ridere un pò. L'unico motivo che gli faceva dimenticare la sua condizione umiliante, era l'amore che nacque tra lui e una delle mogli del Faraone: Nefertitty. Lunghe notti di piacere, seguirono giorni di vergogna, fino a che il Visir non scoprì la tresca. Il nano fù bandito dal regno, e per punizione alla sua colpa fu evirato. Maledetto dal sacerdote, il nano fu condannato a vagare sulla terra fino a quando non avesse ritrovato il suo "organo".
alla fine del racconto mi guardò sorridente: "...e da fonti quasi certe, sò che quell' "oggetto" si trova in questo monastero, scambiato per una santa reliquia del Santo Giorgetto da Castrosgarrupato. e domani noi ci introdurremo nell edificio, e lo porteremo via prima che accada l'inevitabile".
All'imbrunire accendemmo un fuoco, e ci addormentammo sotto quella vecchia rocca.
lunedì 23 marzo 2009
La vera storia del nanonerobiondoinfrack
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Piedelercio barbalunga
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venerdì 20 marzo 2009
Come pompa lo psicopompo!

Qualche anno addietro il giovedì era la giornata che dedicavo agli gnocchi, ma con la scomparsa di Claudio, Ugo e il quadrato, come potevo indugiare nella buona cucina?
Erano trascorse ormai 2 settimane da quando erano scomparsi nel nulla, ed io e Gaetano non fidandoci delle indagini degli investigatori, cercavamo di fiutare una pista alternativa. Una notte mentre mi giravo nel letto, troppo pensieroso per dormire, mi venne in mente qualcosa che mi aveva detto fra Tomone riguardante le fogne di Napoli: e se...chiamai Gaetano, ma il suo telefono era staccato, evidentemente stava a bere whiskey allo U Turn. Mi decisi così a scendere nelle fogne da solo.
iniziai a discendere nel condotto che partiva da sotto casa mia, e con una torcia elettrica facevo luce nell'oscurità. Dopo una mezz'ora mi resi conto che senza una pianta dell'impianto mi sarei certamente perso: e infatti mi ero perso! Mi diedi dello stupido per aver tentato una mossa così avventata senza avvertire nessuno, ma continuai a cercare una via d'uscita. Giunsi infine in un luogo davvero strano: più che la fogna sembrava una grotta antichissimma con tanto di stalattiti sul soffitto, e in un punto lontano vidi un riflesso alla luce della mia torcia: acqua.
Mi misi così seduto sulla sponda di un enorme fiume sotterraneo, impetuose acque scure scorrevano con una forza che non era di questo mondo. Facendo mente locale pensai fosse il fiume Sebeto che ancora scorreva sotto la città, ma una flebile luce in lontananza mi fece rendere conto dell'errore: il lumicino diventava man mano più forte, e mi resi conto quanto prima che una piccola barchetta si stava avvicinando.
Chi cazzo se ne andava navigando in un fiume sotterraneo? La barchetta era ormai di fronte a me, portata da un grosso omone peloso: "Guai a voi, anime prave!" mi gridò con uno sguardo allucinato, lasciandomi come pietrificato. "Buon uomo la ringrazio, mi ero perduto nelle grotte, quì sul Sebeto, può esser così gentile da riportarmi in superfice?", gli dissi con un affabile sorrisetto, ma lui scoppiò in una diabolica risata: "il Sebeto? E chi ti ha contato che questo sia proprio il Sebeto. Questo è l'Acheronte stupido mortale, ed io faccio il servizio di spola tra la riva dei vivi e quella dei morti".
Rimasi di ghiaccio, quello dunque era proprio il Caronte dell'inferno Dantesco? Mi feci forza e gli chiesi se poteva darmi un passaggio al di fuori di quel luogo tristo e scuro, ma lui mi fece presente che senza un obolo non poteva trasportarmi da nessuna parte: "senza denare nun se canta messa", gridò allontanandosi dalla riva, ridendo di me, e cantando una scurrile canzonaccia molto in voga da quelle parti, che faceva: "senti come pompa, senti come pompa lo psicopompo".
Ero di nuovo solo; e mentre stavo cominciando a disperarmi, venni abbandonato anche dalla torcia: "maledetto Gaetano hai cambiato le pile per giocare alla x box".
Nel buio cominciai a piangere dolcemente. Un bagliore improvviso mi fece trasalire: una figura da monaco, col cappuccio abbassato sul viso si avvicinava dalle roccie con in mano una torcia, mi inginocchiai aspettando oramai qualcosa di inevitabile, ma con mia profonda sorpresa e gioia si rivelò essere il mio amico Frà Tomone.
"Sapevo che ti avrei trovato quì, mio caro amico. Ma adesso andiamo, non indugiare su queste rive, che non sono per i mortali"; mi alzai e e lo abbracciai con tutte le mie forze. Mi disse che stavamo per intraprendere un lungo viaggio per ritrovare i miei amici, e mi rivelò che facendo parte dei servizi segreti Vaticani, era stato incaricato di ritrovare il nano, che era parte dei più importanti cento ricercati da parte della Santa Sede. Mi diede da vestire un saio monacale come il suo: "è meglio per te non dare nell'occhio, non si può mai sapere dove si va a finire in queste grotte".
Camminammo per ore,io canticchiando Help! dei Beatles, lui canticchiando Solo grazie di Padre Cionfoli. Trovammo un pertugio dal quale usciva la luce del sole.
Ci ritrovammo ai piedi di un acrocoro, nel bel mezzo di un bosco selvaggio. In cima alla roccia troneggiava una grande struttura di tufo, che aveva tutte le sembianze di un ritiro monacale medioevale; accanto ad un grosso mulo, un grasso monaco dalla faccia gioviale e dai denti infraciditi ci sorrise e salutò Fra Tomone come un vecchio amico: "saluti a te Tomone, ti aspettavamo all'abbazia. com'è stato il viaggio?", il mio amico rispose: "venerando Camorgio da Sassuolo il tempo è stato clemente con te. Questo è il mio discepolo Fra Zozzone da napoli", e mi indicò. Fra zozzone da Napoli? Chiesi nell'orecchio al mio amico frate: "è meglio che tu ti lasci passare per fraticello, che quì non sono tanto abituati ai secolari", mi sussurrò.
"Ma dove siamo capitati, Tomone, amico mio?", gli chiesi, e lui con un sorriso beato ma allo stesso tempo beffardo: "quando si cammina a lungo nelle fogne, la domanda non è dove, ma quando!".
Ci dirigemmo verso l'abbazia, eravamo tre monaci ed un mulo.
Pubblicato da
Pasquale
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