martedì 24 febbraio 2009

A PRANZO COL POETA

Nizza 12/03/1601(dal diario di Piedelercio Barbalunga)
Uscimmo dalle fogne.
Rimasi deluso nel constatare che eravamo usciti in aperta campagna.
Guardai il nano, che si stirava il suo elegante frack con le mani, e avidamente inspirava l'aria pura con aria compiaciuta. "ehm, scusami nano: ma dove siamo finiti?", gli chiesi un po preoccupato; mi guardò con un luccichio nei suoi occhietti blu e rispose: "amico mio, siamo nella campagna fiorentina, e dovremmo essere intorno al 1300 se non vado errato". Facendo roteare il bastone, mi esortò a riprendermi in fretta dal mio stupore, che voleva giungere a Firenze per l'ora di cena.
cominciai a seguire il suo passo spedito, pensando che fosse tutta una follia; che non poteva essere vero. Ma quell'orso che ci aveva guidato nelle fogne, fatto di pezza, era reale: perché la mia mente non poteva accettare quest'altra bizzarria?
In effetti la campagna circostante era un po strana, e qualcosa di impercettibile nella selvaggia e dominante natura che ci circondava, mi diceva che quello non poteva essere il ventesimo secolo.
Dopo una mezz'ora di cammino, scorsi un uomo che in un campo distante tirava l'aratro: fu l'elemento che mi convinse definitivamente, vestito com'era di quelle che definire vesti sarebbe stato un eufemismo; erano degli stracci di colore indefinibile; e in lui tutto, dall'acconciatura dei capelli, e anche alla mastodontica costituzione fisica, conferiva un aria di un uomo di un altro mondo. Osservai bene il nano. Chi era veramente? E come poteva andarsene in giro nei posti, e nel tempo che più gli garbavano? Mi sentivo spaventato come un bambino, ma ormai dovevo seguirlo fino in fondo, poiché era il mio unico legame con il 1900.
Al seguito di innumerevoli spaventi, per animali selvaggi che incrociammo lungo il cammino, giungemmo infine a Firenze. Entrammo dalla porta principale, nel mezzo di una fiumana di contadini, commercianti, uomini d'arme e mendicanti che formavano un gruppo eterogeneo e puzzolente. Il mio nanetto sembrava a suo agio nelle strette stradine dove io camminavo timoroso e guardingo. Tutti erano affaccendati, e c'era un febbrile movimento in ogni direzione; gli odori mi dicevano che più che in una città, che a quell'epoca doveva essere il non plus ultra della civiltà, ci trovavamo in un grosso letamaio. Non riuscivo a capire benissimo ciò che i Fiorentini dicevano fra loro, ma parecchie volte zittivano al nostro passaggio.
Per loro dovevamo essere una coppia ben strana, per i nostri costumi, ma sopratutto per il nano di colore. Per fortuna arrivammo davanti alla casa di Dante senza problemi; venimmo accolti dalla serva Clementina, che ci portò nel cortile, dove il sommo poeta amava passare il tempo a trovare ispirazione, sotto un grosso albero.
Lo trovammo seduto lì; quando ci vide si alzò e corse incontro al nano per abbracciarlo: "messere nano, quanto tempo che non passa da questi luoghi" disse .
Incredibile, era proprio come viene raffigurato nelle immagini, ma aveva un insopportabile vocina stridula e arcigna. Ci presentammo, e quando seppe che ero Napoletano, un pò per scherzo faceva: "jamme guagliò, jamme".
Davanti a me avevo il padre della lingua Italiana; a me sembrava un celebroleso, con quel fastidioso tic che gli faceva muovere in modo disarticolato la bocca.
Cominciando a conversare, nell'attesa del pranzo ci disse che stava iniziando un nuovo e mastodontico lavoro: la commedia. "Ah, quella commedia? la divina commedia?", gli dissi in un improvviso slancio d'ammirazione, ma lui mi guardò di sbieco e mi disse: "addirittura divina sarebbe troppo, è la storia di un uomo che muore la vigilia di Natale, la voglio intitolare "Natale in casa Alighieri". A quel punto sbottai, e gli spiegai che ero giunto fin lì per farmi scrivere un sonetto per la mia amata dal più nobile dei poeti, e che invece mi trovavo di fronte ad un mediocre scrittore dilettante. Il nanetto cercò di mediare e di raffreddare gli animi, forse più per la paura di rimanere digiuno, ed io, anche se arrabbiato di brutto, chiesi scusa.
Andammo in tavola, dove furono servite pietanze a base di cacciagione, in verità molto buone, e conversammo allegramente della politica; della sconfitta del partito guelfo e dei problemi che seguirono per il povero Alighieri. Dopo un pò riuscii ad accettare quell'uomo che mi sembrava un pò folle, ma era decisamente simpatico; gli parlai della divina commedia, di come sarebbe stata un opera riconosciuta come uno dei massimi capolavori universali, e lui mi faceva parecchie domande, sull'inferno, il paradiso; Virgilio e Beatrice. Ogni tanto prendeva appunti.
Il nano non ci dava nessun attenzione preso com'era dal cibo, e ad un certo punto Il poeta mi chiese della donna che amavo: gli raccontai tutta la storia, fin dall'inizio, e lui sembrava interessatissimo. Ad un certo punto, s alzò e prese una pergamena, penna e calamaio: " scriverò per voi, versi si nobilissimi, che nessuna creatura possa rimaner di pietra". Si mise in un angolo, e scriveva, recitava versi, con fare incerto. Il nano intanto si sbottonò i pataloni, tanto era gonfio, e mi fece un sorriso pieno di soddisfazione. Dopo un pò tornò il poeta: "eccovi mio gentil amico, i versi che tanto sudore mi han versato". Ci abbracciammo. Non posso elencare le cose meravigliose che facemmo nel resto della giornata che passammo con Dante, resteranno però per sempre impresse nel mio cuore colmo di gratitudine. Ci accommiatammo verso le cinque del pomeriggio, e uscimmo dalla città. Come suo solito, il nano canticchiava strane canzoni, facendo roteare il bastone, e io stringevo nelle mani, la pergamena che m'era divenuta più preziosa dell'oro. Giunti al tombino dal quale eravamo usciti, volli ringraziare il nano e leggergli per primo al mondo i versi immortali, che il poeta aveva scritto per la mia Lucilla. Cominciai:
"Gentile Lucilla dalle delicate mani e dall'occhio birbante
dalle natiche sode e la mammella gigante
il tuo gentil nasino e il labbro leporino
la pelle color latte e il dente malatino
rendi libero il mio cuore malato
dona la luce a quest'uomo allupato
se non me la dai non sarò salvato"
Ci guardammo con gli occhi lucidi, e prima di immergermi nell'oscurità del tombino, ringraziai il mio amico poeta.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Pasquà, ci siamo divertite molto io e la mia coinquilina a leggere il tuo racconto. La poesia era fantastica... COMPLIMENTI Giovannella